Recensione Antologia: Schegge D'Autore

Antologia di dieci autori.
Recensione  di Vincenzo Sanfilippo.

Schegge d’’autore

a cura di Renato Giordano direttore artistico

Rassegna Festival della Drammaturgia Italiana giunta alla XX Edizione.

<< L’autore di teatro oggi ed il genere del corto in Italia>>.


L’ antologia a cura di Renato Giordano, costituita da 10 autori, porta in prima di copertina  una interessante tematica << L’autore di teatro oggi ed il genere del corto in Italia>>; e inoltre una cronistoria dello SNAD dove  nelle prime pagine Giordano redige un compendio storico riguardo la “costituzione giuridica”  redatta dai  migliori drammaturghi dell’epoca. I costituendi si riunirono il 3 settembre 1945 nei locali della prestigiosa Biblioteca teatrale del Buccardo, con a capo il loro primo Segretario Nazionale, il commediografo Luigi Chiarelli, autore di “La Maschera e il volto”, impegnandosi di tutelare la drammaturgia italiana.

Ma, dal dopoguerra ad oggi molte cose sono cambiate. Intorno agli anni 2000, gli enti e strutture che si occupavano del Teatro di Scrittura sono stati chiusi, cancellati o integrati in altri organismi non adeguati. Lo SNAD esiste ancora e continua la promozione autorale realizzata da Renato Giordano, Segretario Nazionale dal 1994.  Di questi trascorsi anni si vanno a ricomporsi nella nostra memoria numerosi nomi di autori, registi e attori, che a scadenza annuale hanno aderito; impegnandosi in relazione l’un con l’altro, a portare avanti Schegge d’autore. In questo “voler porsi in relazione” credo vi sia un volere equipararsi alla qualificazione di un “gruppo”, un voler con il loro impegno a ben figurare nel panorama tra i nuovi autori. A tal proposito Renato Giordano, ideatore e direttore della Rassegna Schegge d’autore, dedicata esclusivamente alla nostra drammaturgia contemporanea, praticamente autogestista dagli autori attraverso lo SNAD, afferma:<< da un nascente “gruppo” inizialmente in fase di crescita e di puntualizzazione, nel tempo abbiamo visto maturare degli autori teatrali (ma anche degli attori e registi) grazie ai corti di “Schegge”, fino al punto di spingermi ad affermare più volte che esiste ormai una nuova generazione di autori (e Interpreti) teatrali formatisi grazie alla verifica del loro lavoro avvenuto con la rassegna teatrale diventata nel tempo, unione di intenti e fusione di intuizioni per un fine comune.

Rileggendo l’esauriente volumetto pubblicato da Ediz. Pagine, posso affermare, riguardo questi 10 autori ed altri che ho seguito con interesse da ben venti anni, di aver rilevato - in ogni loro lavoro -  diversificati ma sostanziali processi operativi riconducibili al loro metodo nella elaborazione, nello snodarsi di ogni testo, dove vengono attivati processi di pensiero scenico in grado di esplorare le molteplici declinazioni della parola monologante o delle battute dialoganti, fin nelle pieghe più evidenti  o più nascoste nel sottotesto, con tutte le connessioni e i rimandi interpretativi che si vogliono dare. Di fatto le tecniche di scrittura drammaturgica, sia nei monologhi o nei dialoghi, costruiscono forma e contenuto, quale sostanza e valore immaginario della parola teatrale, la cui originalità creativa scaturisce da una efficace polisemia scritturale in cui le parole hanno la valenza di esprimere più significati. Ciò avviene attraverso processi intuitivi, segrete suggestioni, nucleo di avvicendamenti compositi,  finalizzati a definire una scrittura drammaturgica molto professionale.

Per tale motivo gli autori di schegge (oltre che far recitare i propri personaggi sulla pagina scritta) hanno un assoluto bisogno di immaginare e materializzare fisicamente il personaggio sul palcoscenico. Per cui l’annuale rassegna teatrale richiede agli autori in concorso di presentare al pubblico, e ad una giuria, il proprio corto teatrale non solo come testo scritturale ma come verifica di palcoscenico, dove l’esigenza non è solo di poetica artistica, ma anche di efficacia scenica.  Come negli allestimenti che abbiamo visto realizzati durante il trascorso XX festival di Drammaturgia Italiana Schegge d’Autore, dove ho rilevato che nella loro messinscena  le parole del testo diventano  “Luoghi scenici: ovvero qualcosa di scenicamente compiuto.

Una struttura letteraria definita non solamente come semplice  lettura delle testo verbale corredato delle indicazioni più o meno pertinenti per la scena, ma bensì  come rappresentazione teatrale che, essendo una meccanismo più ampio, fa emergere varie possibilità di ritmi scenici, dove le forme dialoganti costruiscono la trama di pensiero, trasmettono contenuti, molteplici varianti e possibilità della  dimensione creativa data dal palcoscenico.  Viene dunque conferito al testo una ulteriore dimensione costituita da altri coautori: regia, attori, scenografia e costumi, musica, illuminotecnica, i quali con il loro apporto professionale contribuiscono all’efficacia scenica del testo rappresentato.

Presentiamo i titoli corredati da una brevissima sinossi.  

Dove inizia l’inferno di Sara Calanna e Gioacchino Spinozzi, il “ luogo metafisico ” è la camera ardente della lussuria da cui Paolo e Francesca, anime irrelate in un bacio, conoscono solo quella brama, ma senza nessun godimento del piacere.  Testo ispirato al quinto canto dantesco. I dialoghi tra Lui & Lei reinventati con godibile  comicità in un linguaggio medievaleggiante, è articolato con caustica parodia amorosa che erotizza e fa dilatare i pensieri. Per evadere da quella stanza, giocoforza, devono bypassare e traghettare: dal loro girone dei lussuriosi a quello dei sodomiti e oltre quello degli iracondi e degli invidiosi. Corrompono Minosse adulandolo con false lusinghe.  Lui, Paolo di Girone in Girone, riesce a salire e intravedere Beatrice. Lei: E’ carina? Dimmi amor mio, è morbida od ossuta? Scattano le gelosie…

La buca nel sottoscala di Violetta Chiarini, ambientata nel 1943 in un paesino umbro bombardato dagli anglo-americani, ha per protagonista una quarantenne, moglie e madre saggia, rappresentata con ironia, che parla e straparla con un marito silente che sta scavando una buca segreta nella loro villetta. Ecco ancora un “ non luogo metafisico” una buca dove sprofondarsi dentro la Terra della memoria coniugale, ovvero uno sprofondarsi tragicomico in quel straparlare nel vuoto, nell’apparente fenomenico abisso della verità.

Solo per amore di Anna Hurkmans, adattamento teatrale di Mirella Spinozzi e Sara Calanna, rappresenta il lucido delirio di una ex… nella subalternità del significante: da Cenerentola a prostituta, che ha soffocato la propria figlioletta. La madre si difende dal suo delitto dando tutta la colpa agli uomini, marito compreso, che l’hanno sfruttata e umiliata. Qui in questo “ testo atroce” si tenta  di mostrare l’esistenza di una discolpa all’insegna  deresponsabile dell’agire. Sara Calanna, oltre che una sensibile attrice, in questo adattamento del testo di Anna Hurkmans, evidenzia l’infanticidio attraverso il delirio verbale, insito nel testo, spacciato   come patologia di nevrosi esistenziale che nulla  ha  da responsabilizzare con la colpa e l’innocenza. L’idea di <<carattere patologico>> non può tramutarsi in tragicità drammatica. Per tale motivo in questo interessante testo, per ben fruirlo, bisogna verificare le capacità di intendere e volere di colei che è assillata da quel tipo di conflitto che può generare equivoci, nel quale il volere individuale non può avallare, di per sé, la soluzione ultima: l’infanticidio.

Singapore sling di Renato Giordano affronta il fenomeno non solo italiano del calcio/ scommesse e conseguenti manipolazioni dei risultati riguardo le partite. Ne sono protagonisti, in una Singapore affaristica, Coccodrillo e Gipsy, due personaggi che coniugano la furberia tutta italiana con il cinismo di chi sa come va il mondo. Una commedia dove si ride molto, senza ignorare un fenomeno che penalizza coloro che credono nei valori del sano agonismo. Giordano, nel ruolo del boss-Coccodrillo, sorseggia Singapore Sling, il famoso cocktail inventato nella città asiatica dal barman del mitico Hotel Raffles, mentre segue le proiezioni internazionali di calcio; forte del suo strapotere economico, capace di decidere con una semplice  telefonata, comunica ai bookmakers come devono essere i risultati delle partite da lui appaltate.  Dunque l’argomento principe parte dai soldi, sovrastimandone  il giro di affari illegittimo ma…fisiologico come ossigeno e strumento di relazioni fittizie. Un deja vu: i soldi comprano il potere, il potere garantisce i soldi.

Personaggio finale ( il Fantasma del Tordinona) di Giancarlo Gori, rappresenta, con qualche suggestione  cechoviana, il dramma di un vecchio attore stanco e in crisi, che nel buio del palcoscenico vede materializzarsi un fantasma in smoking bianco e con la faccia di biacca, E’ stato un attore, ucciso per amore da un rivale, che vive da anni in teatro. Il testo gioca con grande abilità su un incontro- scontro che si conclude con la morte del vecchio attore. Morire in palcoscenico era stato sempre il suo sogno. Opera coinvolgente, anche di un sottile pirandellismo nel rapporto fra verità e finzione. L’autore proietta la propria quotidianità sulle pagine sia del testo che sulle tavole del palcoscenico.   

Il problema di Liliana Paganini riguarda una ex modella, ben sposata, che cerca in tutti i modi di salvare la figlia incapricciata di un buzzurro nullatenente, a sfavore di un altro ragazzo, figlio di un ricco imprenditore. Cerca in tutti i modi di salvarla da una relazione sbagliata, ma non riuscendoci alla fine usa le maniere forti: evira il buzzurro da cui era molto attratta sessualmente la figlia. Ritratto duro di una madre non comune.  Anche in questo testo la finzione e l’ambiguità sono due intriganti <<forme>> dello scrivere di teatro, specialmente nella contemporaneità quando, per essere credibile, la scrittura deve prima di tutto travestirsi o, probabilmente,  confrontarsi con questi mutamenti  dentro la generale crisi del senso e del significato che, in questo testo tragicomico,  instaura la castrazione come figurazione retorica.

Angelica di Massimiliano Perrotta è il dialogo di un vecchio signore con una giovane ragazza che si incontrano sulla panchina di un giardino pubblico. Ma è solo apparenza. Quella ragazza in realtà, suo grande amore, è morta da tanti anni. La poesia di questa tematica si evolve scenicamente in uno stato di passaggio, in uno spazio dove domina la solitudine, espressione di un sentimento soggettivo di non avere nessuno accanto, l’isolamento sociale, derivato dalla mancanza di comunicazione e di contatto con altri individui e con la società. In  questo dialogo nostalgico dell’indefinito  vissuto soprattutto dalla popolazione anziana,  il compito dell’autore di teatro è  anche quello di essere rivelatore della confusione mnemonica dell’oblio.

Conversazione sublime di Luisa Sanfilippo ( scrive Giovanni Antonucci) è un finissimo testo per qualità  drammaturgica e letteraria insieme. Storia d’amore che si trasformerà in amicizia fra il grande poeta  Rainer Maria Rilke e Lou Salome, psicanalista e scrittrice. Ne sono  protagonisti L’ Angelo poetico che nutre l’immaginazione lirica di Rilke e Lou Salome che fu guida decisiva del poeta fino alla sua morte. Nel testo della Sanfilippo è la parola Rilkiana, uno dei nodi centrali della dimensione poetica che l’autrice riesce a conservare sia nella composizione testuale sulla superfice della pagina, sia nel proprio sviluppo scenico di pronuncia, di timbro, altezza, intensità durata dell’intonazione che si fa spessore sonoro. Pronuncia melodica, epifania auditiva, corredata da una spazializzazione del testo che, nel palcoscenico, trova rivelazione nel gesto e nei movimenti a ispessire l’ipersegno poetico formale e subliminale.

Fellini e l’inconscio di Marco Sani e Gino Saladino è una full immersion nel mondo di Fellini, attratto da sempre, come rivelano tutti i suoi film, dai temi della psicanalisi e della parapsicologia. Un’opera intrigante, sottile, che svela felicemente le motivazioni di film ancora oggi coinvolgenti. La rappresentazione si svolge con due personaggi: Fellini è seduto su una sedia di fronte ad un tavolino e l’altro attore che rappresenta l’inconscio in tuta intera nera che si muove sul palco. Alle spalle un video con filmati felliniane. Nel dialogo  scenico con  i due personaggi : l’inconscio & Fellini, avviene un interessante scambio su una pluralità di significati contestuali: quella onirica e quella reale, tra loro complementari.   

Totò Panebianco, La singolare favola vera di Salvatore Scirè, ambientata nella Sicilia contadina di un tempo, vive tutto su Totò, uomo candido e mite le cui sciocche stramberie quotidiane, con delle manie eccentriche e col proprio agire singolare, si prestano a divenire oggetto di una satira pungente e spiritosa in paese.  la sua innocenza, tutelata e vigilata dai paesani, acquista un sapore di autenticità, anche se quotidianamente assediato e dileggiato da disturbanti mocciosi. Alla sua morte tutto il paese partecipa al suo funerale.  Questa partecipazione post - mortem pone l’accento di una unità religiosa, viva voce popolana, che influisce sull’nimo umano. Un pastello scenico realizzato con tutti i crismi favolistici scritto  con tenerezza in cui l’autore porta alla luce come a riscoprire una memoria teatrale isolana omologa al clima delle giovanili Novelle per un anno di Pirandello.

Vincenzo Sanfilippo.

 

 

 

 

 

 

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